venerdì 22 maggio 2015

L'incanto delle piccole cose - Ilaria Palmosi

Buongiorno a tutti!
Dopo l'evento della De Agostini che si è tenuto ieri sera presso la libreria Open di Milano, oggi vogliamo presentarvi la recensione de L'incanto delle piccole cose e l'intervista che abbiamo avuto l'occasione di fare ad Ilaria Palmosi.


Autore: Ilaria Palmosi
Casa Editrice: DeAgostini
Collana: BookMe
Pagine: 283
Prezzo di copertina: 12,67 €
Prezzo Ebook: 7,99 €

Sinossi

Doralice Incanto è una giovane laureata in filosofia. Ha lo sguardo tagliente, il cuore pieno di spifferi e in testa un groviglio indomabile di ricci e di pensieri. Mentre studia per il dottorato e per diventare insegnante, si mantiene collezionando lavoretti da poco. E intanto aspetta senza sperarci che l’uomo dei sogni bussi alla porta. Tra cani da portare a spasso, aforismi da rimuginare e le solite rogne con il padrone di casa, le giornate volano via e l’umore oscilla tra temporali e schiarite. Fino a quando nella sua vita si apre un varco, uno spiraglio fortuito nel quale si intrufolano due persone speciali: Beo, un bimbo di cinque anni che vive solo con il papà, e Gilda, un’anziana scrittrice stravagante e burbera che da due decenni si rifiuta di uscire di casa. Come per una magica alchimia, l’incontro tra Lice, Gilda e Beo scioglie il ghiaccio delle rispettive paure, segreti e dolori vengono a galla, e tutto quello che sembrava impossibile diventa a poco a poco realtà. E mentre un amore difficile sgretola apparenti equilibri, anche i rimpianti di Gilda, vasti e antichi come montagne, cedono il posto a una nuova occasione di felicità. Con una penna ironica e leggera, Ilaria Palmosi celebra la poesia delle piccole cose e degli incontri che possono cambiare una vita. Regalandoci tre personaggi capaci di lasciare il segno nella memoria e nel cuore.

Recensione
Non so se a voi è mai capitato di leggere un libro perché il titolo vi ispirava, ma è esattamente quello che è successo a me quando mi sono trovata tra le mani questo romanzo, L’incanto delle piccole cose, che riesce a catturare l’attenzione e a mettere l’accento su un mondo che è bello proprio perché ci offre delle piccole cose capaci di renderci felici. In aggiunta, ho trovato molto persuasiva anche la copertina, color verde acquarello, con questa ragazza che guarda chiunque passi accanto allo scaffale, come per dire “E tu? Non credi che le piccole cose possano rendere felice una persona? Bene, prova a leggermi e capirai che ti stai sbagliando di grosso”.
Ma veniamo al libro in sé. Mi è piaciuto molto il fatto che il romanzo sia narrato in prima persona, secondo il punto di vista di Doralice Incanto, la protagonista, il cui cognome è l’ennesimo rimando alla felicità procurata dalle piccole cose, perché permette di capire quasi empaticamente, i suoi turbamenti e le sue gioie. L’espediente delle lettere, presenti alla fine di quasi tutti i capitoli, secondo me, è perfetto in questo libro perché spezza la narrazione sul più bello e invoglia il lettore a continuare a leggere per scoprire come andrà a finire la storia. Inoltre, è bello il fatto che L’incanto delle piccole cose sia capace da una parte di farti ridere, ma dall’altra anche di farti riflettere su ciò che potrebbe accadere a ognuno di noi. Ricco di citazioni cinematografiche, mette in luce molti aspetti della vita: la felicità, la disperazione, l’abbandono, la crescita e soprattutto l’amore. Un amore che spesso è visto in modo negativo e pessimistico e che poi si rivela essere fondamentale nella vita perché in fondo tutti lo cerchiamo: è il perno intorno al quale gira ogni singolo istante dell’uomo. Molto significativi sono anche i due personaggi secondari, Beo e Gilda, i quali riescono a far capire a Doralice cosa siano davvero l’amore e la felicità, l’uno tramite la sua tenerezza e la sua simpatia, l’altra tramite la sua saggezza e il suo passato. Insomma, detto ciò, direi che questo libro si merita ben quattro boccoli.



Boccolo in su: è un libro che permette a chi lo legge di riflettere e di capire il vero valore di ciò che possiede.

Boccolo in giù: non ho capito fino infondo la figura del padre di Doralice, a volte mi è sembrata un po' contraddittoria. 


Intervista
Come vi avevamo già anticipato, ieri sera siamo state invitate dalla De Agostini all'evento per la presentazione del libro di Ilaria Palmosi. Approfittiamo di questa sede per ringraziare ancora l'ufficio stampa De Agostini per questa bellissima occasione.
Siamo arrivate all'Open e, dobbiamo dirvelo ragazzi, se avete occasione di trovarvi nei dintorni di Milano dovete assolutamente farci un salto, perché è una delle librerie più belle che abbiamo mai visto: sprizza stimoli artistici da tutti i pori e camminare fra i suoi scaffali è davvero un'esperienza memorabile. Dobbiamo spendere almeno qualche parola sull'organizzazione dell'intervista: la De Agostini ha voluto rendere l'ambiente molto intimo ed ospitale, posizionando le sedie in un cerchio che si  apriva e chiudeva con Ilaria Palmosi. Questa scelta ha reso più confidenziale il clima dell'intervista, come se fossero quattro chiacchiere fra amiche, e dobbiamo dire che Ilaria non ha smentito questa atmosfera con la sua solare dolcezza. L'autrice è stata davvero molto disponibile e paziente e ha risposto a tutte le nostre domande con un sorriso contagioso, raccontandoci anche molti aneddoti divertenti su suo figlio (che ha ispirato il personaggio di Beo) e sulla sua vita da mamma/insegnante/scrittrice

1. Doralice è un nome molto particolare: come mai lo hai scelto?

Ilaria: Premetto che io adoro i nomi un po' particolari e strambi e ho scelto Doralice Incanto perché da una parte il nome richiama in qualche modo Alice nel paese delle meraviglie e Incanto perché rimanda all'incanto delle cose.

2. Verso la fine del libro c'è anche il richiamo ad Alice, no?

(risponde la editor De Agostini di Ilaria Palmosi)
Editor: Sì, abbiamo dovuto anche tagliare parte della canzone del film Disney, a causa di implicazioni di livello legale, perché Ilaria l'aveva messa tutta.

3. A proposito di nomi particolari, è curioso il nome del paese, Trovadì: perché questa scelta, che suggestioni volevi dare?

Ilaria: Io sono molto attratta dalla provincia, dai piccoli centri, dai paesi persi nell'Italia e nel mondo e do sempre questi nomi, perché richiamano i paesi esistenti, ma vengono reinterpretati e rivisti. Trovadì mi faceva sorridere da una parte perché questa cosa dell'accento mi piaceva ritmicamente e poi anche perché dà l'idea di trovare qualcosa un giorno.
Editor: Devo dire che ci ha colpito subito l'istinto infallibile di Ilaria per i nomi: ha questo sesto senso e sa esattamente come chiamare le cose. Qui si vede proprio l'affetto che ha per i personaggi, perché è come se per ognuno di loro non si accontentasse e dovesse trovare dei nomi particolari.
Ilaria: È proprio così perché nella mia cerchia ristretta tutti hanno un soprannome: i miei amici, i miei figli, i miei parenti... Io ridò i nomi a tutti a seconda del rapporto che abbiamo.

4. Gilda è un personaggio davvero interessante e particolare: come hai trovato l'idea per lei?

Ilaria: Io avevo una vecchia prozia che si chiamava Gilda e abitava a Venezia. Io abito nella campagna veneziana, mentre lei aveva deciso, nei tempi in cui per una donna non era così facile, di lasciare la campagna e i suoi fratelli per trasferirsi a Venezia e lavorare in un'osteria. La mia Gilda c'entra e non c'entra con questa zia, ma sicuramente c'entra nell'indipendenza. Per la fisicità mi sono ispirata a Ietta di La tata, che era proprio il mio idolo. E io poi ho una passione sia per i bambini sia per i vecchi, perché credono che rappresentino un po' i due passaggi della vita, l'ultimo e il primo, l'inizio e la fine. Anziani e bambini sono molto simili, solo che i bambini hanno un atteggiamento verso la vita che è di futuro, di speranza, guardano avanti, mentre i vecchi guardano indietro. Se una persona riesce a invecchiare come Gilda credo che possa a mantenere quell'essere ingenuo tipico dei bambini.

5. Noi leggendo L'incanto delle piccole cose ci siamo immaginate Ilaria Palmosi un po' come lo specchio di Doralice Incanto. Quanto è vera questa affermazione?

Ilaria: Io credo di essere un buon mix tra Gilda e Doralice. Diciamo che di Doralice ho alcuni aspetti, soprattutto della Doralice che incontra Beo - anche perché io ho due bambini, li adoro e credo che loro riescano a farti vedere le cose con ingenuità, con purezza, con meraviglia, con incanto. E Doralice forse ha un po' quell'aspetto ingenuo. Come Gilda, invece, sono un po' brontolona, a volte cinica... Ma comunque sono una brontolona buona.

6. La tua scena preferita del romanzo?

Ilaria: Sono molto legata alle lettere di Gilda, ma ci sono delle scene che mi fanno sempre ridere, come quella in cui tirano fuori il vecchio maggiolone giallo per arrivare alla presentazione di Gilda. Poi sono legata anche a scene più toccanti e intime, tipo quella in cui Beo racconta a Doralice della madre, con la sua vena malinconica.

7. E invece la scena in cui hai avuto più difficoltà?

Ilaria: Ho trovato difficoltà non tanto di scrittura, quanto di sentimento, di quello che trasmetteva sicuramente nella scena della morte della mamma di Beo, della precedente malattia e della perdita che ha comportato poi. Io dopo il primo figlio ho avuto dei problemi fisici, quindi mi ha fatto molto riflettere, perché mi ha fatto pensare che questo poteva succedere anche a me e mi ha interrogato su cosa sarebbe potuto succedere se io non ci fossi stata più.

8. È molto bella anche la scena della bicicletta.

Ilaria: Sì, credo che per essere felici non ci vogliano troppe cose, sembrerà una frase retorica, ma non ci vogliono grandi situazioni e troppi soldi, abbiamo solo bisogno delle piccole cose.

9. Per quanto riguarda l'amore tra uomo e donna, invece, abbiamo notato che c'è una sorta di lato negativo - il padre che vorrebbe separarsi dalla moglie, la sorella Anna che sposa il marito solo per i soldi - e ci chiedevamo come mai.

Ilaria: Diciamo che io vado con i piedi di piombo con gli uomini, perché, nonostante sia felicemente sposata, mi fido e non mi fido. Io vengo da una famiglia completamente femminile - ho tre sorelle - in cui, anche se la figura di mio padre è fondamentale, la mentalità è quella delle donne. I maschi li osservo e, avendo due figli maschi, li studio e mi rendo conto che siamo molto diversi; mi affascinano, altrimenti non avrei un marito, però mantengo una versione talvolta cinica di quello che può essere il rapporto adulto tra uomo e donna. Vedo tante coppie che scoppiano a una certa età oppure che non capiscono se si amano, se si sono amati, se si tollerano... Insomma, credo che l'amore sia una grande matassa.
Editor: Tra il padre e la madre c'è anche una versione affettuosa: lui le conserva l'ultimo sorso di vino, sempre attaccato a lei, nonostante il fatto che litighino sempre.
Ilaria: Forse poi deve essere anche così, l'amore è un insieme di cose: si litiga, si fa la pace, ci si lascia, ci si riprende... È difficile. Ma forse è anche questo che lo rende vero amore.

10. C'è qualche aneddoto particolare e simpatico che ti va di raccontarci?

Ilaria: Gli aneddoti particolari e divertenti riguardano quasi tutti Beo, perché praticamente è l'incarnazione di mio figlio di cinque anni, Giacomo: tutte le cavolate che dice sono sue. L'anno scorso era più ingenuo e diceva di avere una fidanzata che si chiamava La Gioia: era una modella di un giornale che aveva visto. Si era fatto tutto un film mentale in cui La Gioia doveva uscire a mangiare la pizza con lui e io, ovviamente, ho alimentato la sua fantasia facendo finta di chiamare questa ragazza, mentre ero al telefono con Laura, la mia agente. Improvvisamente però questo amore si è esaurito e ora è innamorato della sua compagna di classe Elettra, ma La Gioia è proprio diventata un mito: diceva di portarla mangiare la pizza con il trattore e che sarebbe andato anche Leone, il nostro cane, che ha questo nome proprio per il cartone Leone il cane fifone, dal momento che non è assolutamente un cane coraggioso. Anche il disegno finale lo ha fatto Giacomo.

11. Ti sei immaginata il momento in cui lo leggerà?

Ilaria: Sì, un po' me lo sono immaginata e spero che lo faccia sorridere.

12. Perché hai scelto proprio Pascal come filosofo?

Ilaria: Le canne al vento mi avevano colpito già al liceo e poi è una figura che mi ha incuriosito anche perché era un matematico, uno minuzioso, uno che voleva risolvere i problemi e che si era buttato sulla teologia e sul misticismo. Credo che molti pensieri di Pascal possano essere rappresentanti del libro, della filosofia di Doralice e di quella di Gilda.

13. Una domanda tecnica sulle tue abitudini di scrittura: scrivi più di giorno, di notte, continuativamente, a tratti? Molti scrittori dicono che la musa e l'ispirazione non esistono, si tratta solo di stare seduti e sudare: è vero?

Ilaria: Confermo, certo, perché quando arriva l'idea può essere di giorno o di notte e io mi ci butto a capofitto per non perderla. Poi ovviamente ci deve essere una quotidianità, un lavorio continuo di scrittura e riscrittura, editing e ri-editing e forse allora si arriva a un lavoro compiuto. Questo romanzo ho iniziato a scriverlo appena ho avuto il secondo figlio, nelle notti insonni, in cui non riuscivo a dormire, avevo le idee che mi frullavano in testa e dovevo assolutamente mettere giù qualcosa. Poi il vero lavorio c'è stato quando ero a casa e i bambini non c'erano.

14. Tu inizialmente ti sei auto-pubblicata: come sei stata scoperta dalla De Agostini?

(risponde l'agente di Ilaria Palmosi)
Agente: Ilaria ha finito di scrivere il romanzo, abbiamo pubblicato il libro nella vetrina di Amazon con una copertina grafica bellissima e dopo pochissimo tempo la De Agostini l'ha notata.

15. Cos'è cambiato dal testo originario?

Editor: La trama è stata formattata in modo diverso per renderla più accattivante.
Ilaria: Abbiamo lavorato soprattutto per rendere migliore il testo, per essere più veloce e scorrevole, ci siamo chiesti se qualcosa dovesse essere tolto, abbiamo tagliato e aggiunto.
Editor: In questo caso è stata molto intensa la collaborazione, ci siamo poste tantissime domande di varia natura. Quando una persona scrive un romanzo da esordiente, bisogna partire dal dietro le quinte e attraverso questo percorso di comunicazione siamo riuscite ad arricchire delle parti che magari erano un po' scarne e, viceversa, asciugare quelle che sembravano occupare spazio e non portavano avanti la storia. Diciamo che il ritmo è una considerazione fondamentale e quindi abbiamo tagliato qualcosa, in attesa del prossimo: non si butta via niente!

16. Ci sarà un prossimo libro? Magari per approfondire personaggi legati a Doralice, come la sorella Anna, che sicuramente non è così perfetta come vuole apparire.

Ilaria: Di questo non ne avevamo ancora parlato, ci si potrà pensare... E Anna potrà sicuramente essere un personaggio da approfondire.
Editor: Nelle parti tagliate, la figura della sorella e il suo rapporto con Doralice avevano più spazio, ma uscivano dalla storia principale e quindi sono stati sacrificati.

17. Come hai visto le modifiche proposte da Francesca, la tua editor, al tuo testo? 

Ilaria: Forse non eravamo d'accordo su qualche punto, ma, quando si lavora fianco a fianco così tanto con un editor che entra nel libro completamente, o si ha la fortuna che scatti un colpo di fulmine per cui ti capisci e non ci sono incomprensioni o non se ne fa nulla. Magari abbiamo avuto qualche battibecco su alcune parole, ma non abbiamo mai avuto problemi per togliere dei pezzi, rielaborarne altri, inventarne di nuovi. È fondamentale che ci sia una sintonia tra autore ed editor.

18. Per quanto riguarda il cambiamento del titolo dal self publishing all'edizione cartacea, è stato fatto solo ed esclusivamente per sottolineare ancora di più il fatto che lei si chiami Incanto di cognome o ha anche altri valori?

Ilaria: C'era un libro francese che è stato lanciato da Feltrinelli pochissimi giorni dopo la nostra pubblicazione su Amazon che si intitolava La felicità delle piccole cose e quindi abbiamo dovuto cambiare il nostro, che prima si intitolava Le piccole cose della felicità.

19. Sui self publishing ci sono un sacco di pregiudizi e critiche: tu sei stata vittima di pregiudizi o in qualche modo è cambiato il tuo rapporto con il lettore, dato che ora hai pubblicato il romanzo in versione cartacea?

Ilaria: Il self è una bellissima vetrina che è a portata di tutti e che effettivamente può dare visibilità. Sicuramente quello che può offrirti un editore è una revisione in toto del romanzo e una sistemazione di esso che non c'è quando ti auto-pubblichi, perché sei un autodidatta: sei grafico, correttore di bozze, impaginatore. E quella è la difficoltà del self. Per l'impaginazione mi avevano molto criticata.

20. E come mai inizialmente hai optato per il self publishing?

Agente: È stata una strategia che abbiamo adottato noi, lo abbiamo fatto per sperimentare. È un modo democratico per scegliere i libri, perché le persone lo leggono e hai già un riscontro del pubblico.
Editor: Se riconosci il talento di un autore, che venga da Amazon o da un agente non fa differenza; anzi se non ha già un agente è un vantaggio perché significa che non ha grande visibilità. È bello scovare il talento e farlo crescere, trovare una storia bella che coinvolge.
Ilaria: Io ho iniziato a mandare manoscritti a sedici anni, ma ovviamente è stato inutile. Poi ho iniziato a capire come funzionava e ho capito che ci voleva un agente. Un giorno, in preda a crisi mistiche e deliri di onnipotenza, ho scovato su internet il numero di una grande agente e l'ho chiamata, perché dovevo assolutamente fare qualcosa. Laura lavorava in questa agenzia e mi ha detto di mandarle qualche capitolo e la sinossi del libro via e-mail. Dopo qualche giorno mi hanno richiamata e mi hanno detto che a loro piaceva quello che avevo fatto - finalmente la mia opera aveva un senso ed ero felice - e poi abbiamo iniziato a rivederlo. Quando Laura si è staccata da questa agente, io l'ho seguita, perché avevo trovato la affinità che cercavo, e lei ha deciso di mettermi su Amazon per sperimentare.

21. Tu fai anche l'insegnante: che materia insegni? Quanto la tua scrittura è influenzata dal tuo lavoro e quanto dà a esso?

Ilaria: Io sono molto precaria nella scuola, non ho un'esperienza lunghissima e ho insegnato alle medie italiano e alle superiori italiano e latino. Il liceo è bello e come insegnante mi ha dato molte soddisfazioni perché si poteva parlare dei big come Leopardi, però l'età delle medie mi affascina molto di più, perché è un'età di passaggio, in cui non sono più bambini, ma non sono nemmeno ragazzi... Hanno quell'ibrido che mi fa molto sorridere - soprattutto la voce. Oggi non è facile fare l'insegnante, è un lavoro molto coraggioso, perché non si ha più il supporto delle famiglie, ma se lo si fa con passione e se ci si affeziona ai ragazzini è bello. Loro sono curiosissimi del mio lavoro: io di solito non dico niente, ma essendo una supplente vanno subito a cercarmi su google e vedono quello che ho fatto. Quest'anno abbiamo anche fatto un laboratorio di scrittura creativa: non riesco a non fargli inventare delle storie quando sono in classe.

22. Molti autori dicono che quando scrivono un libro scoprono qualcosa di se stessi: tu cosa hai scoperto scrivendo L'incanto delle piccole cose?

Ilaria: Che sono fiduciosa è ottimista, molto più che malinconica e uggiosa.



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