lunedì 22 febbraio 2016

Quattro chiacchiere con... Antonia Di Lorenzo

Buongiorno, readers, e buon inizio settimana!
Oggi per me è un giorno molto importante, perché - in attesa della proclamazione - inizio la specialistica a Pavia (sono già in ansia, nonostante le lezioni comincino alle 14).
Anche nel blog, però, c'è una novità: per la prima volta, infatti, fa la sua apparizione il nuovo spazio dedicato ad alcune brevi interviste fatte agli autori, con lo scopo di riuscire a captare qualcosa in più su di loro e sulle loro opere. Nella prima puntata di Quattro chiacchiere con... incontriamo Antonia Di Lorenzo, autrice di Quando torni? (di cui potete trovare la recensione qui).




1. Da cosa è nata l'idea di Quando torni??

Quando Torni? è nato dalla voglia di raccontare quell'altra faccia del fenomeno dell'immigrazione, quello che c'è ma non si vede, mettendo al centro storie di persone comuni che affrontano quell'immancabile viaggio interiore attraverso lo scoprire e lo scoprirsi.
Vivendo a Londra da più di due anni e mezzo, ero consapevole di scrivere qualcosa che mi appartenesse, tentando la via descrittivo-narrativa ed introspettiva allo stesso tempo.


2. Dalla tua biografia ho letto che sei giornalista, che hai lavorato nel campo della ristorazione e che la tua filosofia di vita è Let it be: tutte queste informazioni le troviamo anche nelle esperienze dei tre protagonisti del romanzo. Da qui nasce la mia domanda: c'è molto della tua esperienza in ciò che hai raccontato? Qual è stato e qual è tuttora il tuo rapporto con Londra?

Non è assolutamente un romanzo autobiografico. Ciò nonostante, c'è molto di me in ognuno di questi personaggi, nonostante alcuni eventi narrati siano serviti solo come spunto per riempirli di altro, lavorando di fantasia. Ma il tentativo è stato quello di offrire al lettore un panorama in cui i personaggi si incastrino in un contesto assolutamente verosimile. 
C'è molto del mio rapporto con Londra, che credo sia una realtà che allo stesso tempo ingabbia e renda liberi, fin quando si matura la consapevolezza che è possibile anche su quest'isola di passanti costruirsi un proprio spazio che sia alla nostra portata. È come un elastico: alla fine ci restituisce tutto.


3. In particolar modo, ti rispecchi nel carattere o nella storia di uno dei tre protagonisti?

Non vorrei essere indecisa come Serena, né mai colpevolizzarmi come fa Sandra di colpe che è lei stessa a costruirsi con maestria, ma sicuramente mi rivedo nella loro determinazione e nel loro desiderio di cambiare le carte in tavola anche quando sembra che sia qualcun altro a manovrare il gioco. Mi rivedo nel loro crederci sempre, perché è quello che ho sempre fatto sin da quando sono arrivata a Londra, e nel loro tentativo tenero di costruire rapporti, a loro modo speciali. 
Mi rispecchio in quello che non conoscevano prima di arrivare, e quello in cui poi cominciano a credere man mano che avanzano nel loro percorso di crescita: che quello che conta non ci lascia mai, e che è possibile costruirsi una casa dentro di se, per farvi ritorno ogni giorno. Non nego però di voler possedere la stessa forza d'animo e l'atteggiamento dignitoso della madre di Simone, che fra tutti, è quella cui forse ho dato il ruolo di porsi da esempio per gli altri.


4. Qual è il tuo consiglio per coloro che desiderano trasferirsi all'estero, come hai fatto tu?

Di porsi un obiettivo. A volte si arriva senza sapere cosa si vuole, scoprendolo solo strada facendo. In questo caso consiglio di ascoltarsi di più, maturando la consapevolezza che ci vuole tanto impegno, pazienza e ostinazione. Che siamo noi i primi a dover creare un nostro progetto di vita senza mai smettere di crederci. E di lasciare che certe cose seguano il corso naturale delle cose, perché, come ha detto John Lennon "andrà tutto bene alla fine e se non andrà non sarà la fine".


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